Formare teste ben fatte: un gioco di squadra

di Giovanni Biondi,
Presidente dell’Istituto nazionale di documentazione innovazione e ricerca educativa

I risultati INVALSI puntualmente certificano le carenze degli studenti e le difficoltà della nostra scuola. Le ragioni sono numerose ma una riflessione va fatta sul “modello scolastico”: sul tempo e lo spazio della scuola. A fronte delle profonde trasformazioni della nostra società, del modo con cui sono cambiati tutti gli ambienti di lavoro, di come si è trasformata la comunicazione, l’accesso alle informazioni, la stessa vita sociale, abbiamo una scuola che assomiglia ancora troppo non solo a quella che abbiamo frequentato noi ma addirittura a quella dei nostri nonni.

Banchi, aule, libri, quaderni, orari scolastici, lezioni e ricreazioni, compiti a casa rappresentano ancora lo scenario dominante. Si dice che se si potesse viaggiare nel tempo e qualcuno arrivasse nelle nostre città dall’800, non riconoscerebbe banche, uffici postali, strade ma se entrasse in un’aula capirebbe di essere in una scuola.

La consapevolezza che questo modello oggi non sia più adeguato ormai fa parte dell’esperienza quotidiana di molti insegnanti soprattutto nella scuola secondaria. Questa disconnessione della scuola dalla società contemporanea che ha molti risvolti ed anche molte cause, viene spesso affrontata cercando di concentrare nella scuola, sotto forma di “educazioni”, tutta una serie di temi che oggi emergono dalla nostra società. Si tratta di temi come “educazione all’alimentazione”, “al consumo”, “alla salute”, “all’ambiente”, “alla sostenibilità” che oggi appaiono di assoluto rilievo e di grande valore educativo.

La scuola cerca quindi di rispondere a queste che si presentano come vere “emergenze” ampliando i propri campi di interesse ma rincorrendo la complessità della società contemporanea finisce per moltiplicare le proprie attività. Invece di sviluppare modelli “enciclopedici” che rincorrono contenuti sempre nuovi, la scuola avrebbe bisogno di puntare a formare teste “ben fatte” e quindi di concentrare l’esperienza scolastica sullo sviluppo delle capacità di base, semplificando i curricoli e puntando su esperienze approfondite di apprendimento che aiutino a sviluppare solide competenze.

La scuola ha quindi bisogno di “alleati”. In una società così complessa e articolata non possiamo pensare che la scuola possa essere l’unica agenzia formativa e soprattutto che possa o debba farsi carico di sempre nuove esigenze e tematiche. Infarcire curricoli e libri di testo porta inevitabilmente a esperienze di apprendimento superficiali e affrettate. Il proliferare a scuola di progetti, che il ministro Berlinguer qualche anno fa chiamava il modello “club méditerranée”, non arricchisce le competenze di base dei nostri studenti. Le rilevazioni INVALSI ci ricordano proprio questo: i ragazzi fanno fatica a comprendere un testo.

La scuola ha bisogno di una rete di alleanze e di utilizzare le opportunità che il territorio oggi è in grado di offrire in modo da concentrarsi sullo sviluppo delle competenze di base e lasciare ad altre agenzie formative quelle tematiche emergenti che sono richieste per vivere in modo consapevole e attivo in una società complessa come la nostra.

È anacronistica l’immagine di una scuola arroccata e chiusa in se stessa, unica agenzia formativa “certificata” in grado di far fronte a tutte le esigenze educative. Il cambiamento del modello scolastico passa anche dalla capacità che la scuola avrà di cogliere tutte le opportunità offerte da una rete di alleanze che dovrà sempre di più essere in grado di costruire. Aprirsi a queste collaborazioni aiuterà la scuola a concentrarsi sullo sviluppo delle competenze di base, sulle intelligenze dei nostri studenti che devono prima di tutto “imparare ad imparare”.